Jamque novus primam lucem consumpserat annus,
Jucundam pueris lucem, longumque petitam,
Oblitamque brevi: risu somnoque sepultus,
Languidulus tacuit puer; illum lectulus ambit,
Plumeus, et circa crepitacula garrula terra,
Illorumque memor, felicia somnia carpit,
Donaque cælicolum, matris post dona, receptat.
Os hiat arridens, et semadaperta videntur
Labra vocare Deum: juxta caput angelus adstat
Pronus, et innocui languentia murmura cordis
Captat, et ipse sua pendens ab imagine, vultus
Æthereos contemplatur; frontisque serenæ
Gaudia miratus, miratus gaudia mentis,
Intactumque Notis florem: "Puer æmule nobis,
I, mecum conscende polos, cælestia regna
Ingredere; in somnis conspecta palatia dignus
Incole; cælestem tellus ne claudat alumnum!
Nulli tuta fides: nunquam sincera remulcent
Gaudia mortales; ex ipso floris odore
Surgit amari aliquid, commotaque corda juvantur
Tristi lætitia; nunquam sine nube voluptas
Gaudet et in dubio sublucet lacryma risu.
Quid? frons pura tibi vita marceret amara,
Curaque cæruleos lacrymis turbaret ocellos,
Atque rosas vultus depelleret umbra cupressi?
Non ita: Divinas merum penetrabis in oras,
Cælicolumque tuam vocem concentibus addes,
Subjertosque homines, hominumque turbere fluctus,
I: tibi perrumpit vitalia vincula Numen.
At non lugubri veletur tegmine mater:
Haud alio visu feretrum ac cunabula cernat;
Triste supercilium pellat, nec funera vultum
Constristent: manibus potius det lilia plenis:
Ultima namque dies puro pulcherrima mansit."
Vix ea: purpureo pennam levis admovet ori,
Demetit ignarum, demessique excipit alis
Cæruleis animam, superis et sedibus infert
Molli remigio: nunc tantum lectulus artus
Servat pallidulos, quibus haud sua gratia cessit,
Sed non almus alit flatus, vitamque ministrat;
Interiit. . . ; sed adhuc redolentibus oscula labris
Exspirant risus, et matris nomen oberrat,
Donaque nascentis moriens reminiscitur anni.
Clausa putes placido languentia lumina somno;
Sed sopor ille, novo plus quam mortalis honore,
Nescio quo cingit cælesti lumine frontem,
Et terræ sobolem, at cæli testatur alumnum.
Oh! quanto genitrix luctu deplanxit ademptum,
Et carum inspersit, fletu manante, sepulcrum!
At quoties dulci declinat lumina somno,
Parvulus affulget, roseo de limine cæli,
Angelus, et dulcem gaudet vocitare parentem.
Subridet subridenti: mox, ære lapsus
Attonitam niveis matrem circumvolat alis,
Illaque divinis connectit labra labellis.
L'anno nuovo aveva già completato il suo primo giorno:
Giorno gradito ai bimbi, e lungamente atteso,
Ma presto dimenticato. Immerso in un sonno ridente,
Il bambino tacque assopito; racchiuso nel suo lettuccio
Di piume, contornato da chiassosi sonagli sparsi per terra,
Dorme di un sonno allietato dal loro ricordo,
Ricevendo, dopo i doni materni, anche quelli divini.
La bocca accenna un sorriso, e le labbra socchiuse
Pare che invochino Dio. Chino sul suo capo,
Un angelo spia i deboli sussurri di un cuore
Innocente, e, come sospeso alla sua stessa immagine,
Contempla quel volto etereo: ammira la gioia diffusa
Sulla fronte serena, ammira la gioia che spira dalla mente
E il fiore non ancora violato da venti impetuosi: "Bambino a me somigliante,
Vieni, sali in cielo con me, varca la soglia
Del regno celeste; abita, come meriti, il palazzo che hai visto
In sogno; la terra non trattenga un figlio del cielo!
Una sicura fiducia non è di questo mondo; ai mortali non è dato assaporare
Gioie sincere: nel profumo stesso del fiore
Si sente qualcosa di acre, la commozione si nutre
Di una triste letizia, il godimento di un piacere è sempre offuscato
Da qualche nube e sotto un riso incerto brilla una lacrima.
E questa tua pura fronte dovrebbe raggrinzirsi per le amarezze della vita?
Affanni e pianto dovrebbero sciupare questi tuoi cerulei occhi?
L'ombra del cipresso dovrebbe scacciare le rose dal volto?
No: tu mi seguirai nelle regioni divine,
Aggiungerai la tua voce ai canti intonati dagli abitatori del cielo,
Abbasserai il tuo sguardo sull'umanità sottostante e sulle sue tempestose passioni.
Vieni: una Divinità recide i vincoli che ti uniscono alla vita.
Tua madre, però, non si vesta di lugubri veli;
Il suo sguardo non si alteri passando dalla culla a un feretro;
Respinga la mestizia che le incurva il sopracciglio, e non si lasci contristare
Dalle esequie, ma effonda fiori a piene mani:
Per un'anima interrotta l'ultimo giorno è anche il più bello".
E subito, delicatamente, accosta un'ala alla purpurea bocca,
Tronca il filo della vita senza che il dormiente se ne avveda,
E sulle azzurre ali ne trasferisce l'anima alle sedi superne,
Mollemente remigando. Ora il lettuccio custodisce soltanto
Un corpicino esangue, che, pur conservando intatta la sua leggiadria,
Non è più sorretto e vivificato dallo spirito vitale.
E' morto, si…ma sulle labbra che ancora profumano di baci
Aleggia un sorriso e indugia il nome della mamma;
Morendo, ha ricordato i doni portatigli dall'anno che nasceva.
Si direbbe che quei suoi occhi spossati si siano chiusi a un placido sonno.
Ma quel sopore, che per un singolare privilegio è più che mortale,
Avvolge la fronte in un alone arcano di luce divina,
Attestando che il bambino non è più figlio della terra, ma del cielo.
Oh! Con quanto struggimento la madre ne pianse la perdita,
E con quanto sgorgare di lacrime bagnò il sepolcro amato!
Ogniqualvolta reclina le palpebre, vinta da un dolce torpore,
Ecco, fulgida apparizione, dalla rosea soglia del cielo un piccolo angelo
Si affaccia a invocare lietamente il nome soave della madre.
Si scambiano un sorriso; poi l'angioletto, scivolando nell'aria,
Scende a volteggiare con le nivee ali intorno alla mamma stupefatta,
Fino a congiungere alle labbra di lei le sue labbra divine.
Olim inflatus aquis, ingenti Achelous ab alveo
Turbidus in pronas valles erupit, et undis
Involvit pecudes et flavae messis bonorem
Humanae pariere domus, desertaque late
Arva extenduntur : vallem sua nympha reliquit,
Faunorumque cessere chori, cunctique furentem
Amnem adspectabant ; miserata mente querelas
Audiit Alcides : fluvii frenare furores
Tentat et in tumidos immania corpora fluctus
Projicit, et validis spumantes dejicit ulnis,
Et debellatos proprium ceflectit in alveum.
Indignata fremit devicti fluminis unda :
Protinus anguinos fluvii deus induit artus,
Sibilat et stridens liventia terga retorquet
Et tremebunda quatit turgenti littora cauda.
Irruit Alcides, robustaque bracchia collo
Circumdat stringens, obluctantemque lacertis
Frangit, et enecto torquentem tergore truncum
Projicit, et nigra moribundum extendit arena,
Erigiturque ferox : " Audes tentare lacertos
Herculeos, fremit, imprudens ? Hos dextera ludos
(Tunc ego parvus adhuc cunabula prima tenebam)
Extulit: hanc geminos nescis vicisse dracones? "
At pudor instimulat numen fluviale, decusque
Nominis eversi, presso sub corde dolore,
Restitit: ardenti fulgent fera lumina luce:
Frons exsurgit altrox ventosque armata lacessit;
Mugit, et horrendis mugitibus adfremit aether.
At satus Alcmena furialia proelia ridet,
Advolat, arreptumque quatit, tremebundaque membra
Sternit humi, pressatque genu crepitantia colla
Atque lacertoso complexus guttura nexu
Frangit anhelantis, singultantemque premit vi.
Tum monstro expirante ferox insigne tropaei
Sanguinea Alcides cornu de fronte revellit.
Tum Fauni, Dryadumque chori, Nymphaeque sorores,
Quorum divitias victor patriosque recessus
Ultus erat, molles recubantem ad roboris umbras,
Et priscos laeta revocantem mente triumphos
Agmine circumeunt alacri, frontemque corona
Florigera variant, sertisque virentibus ornant.
Tum cornu, quod forte solo propiore jacebat
Communi cepere manu, spoliumque cruentum
Uberibus pomis et odoris floribus implent.
Gonfiato dalla piena, l'Alcheloo straripò un giorno dal suo vasto alveo,
Riversandosi tumultuosamente nelle valli declivi e travolgendo
Sotto le sue onde mandrie di animali e superbe messi biondeggianti.
Crollate le abitazioni degli uomini, i campi si estendevano
Per ampio tratto deserti. Le ninfe abbandonarono le rispettive vallate,
Scomparvero i cori di fauni; stavano tutti a guardare attoniti
La furia del fiume. Ode i lamenti l'Alcide
E, mosso a compassione, tenta di frenare la collera
Del fiume: tuffa in quei tumidi flutti il suo corpo
Gigantesco, ricaccia indietro con le braccia gagliarde le acque spumeggianti,
Le doma e le risospinge entro il loro letto.
Freme di indignazione l'onda del fiume debellato:
Senza indugio il dio fluviale assume l'aspetto di un serpente,
Sibila e stride e ritorce le livide spire
E con la turgida coda percuote le rive tremanti.
S'avventa l'Alcide: serrandogli il collo
Nella poderosa stretta delle braccia, ne fiacca la resistenza;
Poi, mentre quello sta mulinando un tronco col dorso ormai esausto,
Lo abbatte, lo stende moribondo sulla nera sabbia,
Ed ergendoglisi sopra prorompe baldanzoso: "Incauto, tu osi
Sfidare le braccia di Ercole? Simili giochi li nobilitarono
(ero un bimbo, allora, e occupavo la mia prima culla)
Le mie mani: furono esse - non lo sapevi?- a vincere la coppia di draghi".
Senonché il dio fluviale, pungolato dalla vergogna d'aver disonorato
Il suo nome, soffocando in cuor proprio la stizza,
Rifiuta d'arrendersi: ed ecco, i suoi occhi s'accendono di una luce selvaggia;
Tremenda, armata di corna, la fronte si leva a sfidare i venti;
Mugge, e l'aria vibra di orrendi muggiti.
Ma il figlio di Alcmena sorride di quei furibondi preliminari:
Si slancia, lo ghermisce, lo scuote, ne rovescia a terra
Le trepide membra, ne preme col ginocchio il collo scricchiolante; ansima la gola:
Ercole la stringe nella morsa delle braccia
E finalmente, comprimendola a viva forza, la spezza tra i rantoli.
Esulta l'Alcide, e dalla fronte insanguinata
Del mostro morente svelle un corno a mo' di trofeo.
Allora i fauni, i cori delle driadi, le ninfe sorelle,
Le cui ricchezze e i nativi recessi il vincitore
Aveva vendicato, gli si schierano festosamente intorno,
Mentre, mollemente coricato all'ombra di una quercia,
Rivive con gioia nel ricordo gli antichi trionfi: lo adornano
Di verdi ghirlande, screziandogli la fronte con fiori intrecciati.
Riuniscono quindi le mani a sollevare il corno, casualmente appoggiato
A terra poco distante, e riempiono quel cruento
Trofeo di frutti copiosi e fiori fragranti.
I
Nascitur Arabiis ingens in collibus infans,
Et dixit levis aura: "Nepos est ille Jugurthæ. . ."
Fugit pauca dies ex quo surrexit in auras,
Qui mox Arabiæ genti patriæque Jugurtha
Ipse futurus erat, quum visa parentibus umbra
Attonitis, puerum super, ipsius umbra Jugurthæ,
Et vitam narrare suam, fatumque referre:
"O patria! o nostro tellus defensa labore!"
Et paulum zephyro vox interrupta silebat,
"Roma, prius multi sedes impura latronis,
Ruperat angustos muros, effusaque circum,
Vicinas scelerata sibi constrinxerat oras:
Fortibus hinc orbem fuerat complexa lacertis,
Reddideratque suum! multæ depellere gentes
Nolebant fatale jugum: quæque arma parassent
Nequidquam patria pro libertate cruorem
Fundere certabant: ingentior objice Roma
Frangebat populos, quum non acceperat urbes!. . ."
Nascitur Arabiis ingens in collibus infans,
Et dixit levis aura: "Nepos est ille Jugurthæ! "
Nam quum consiliis sese immiscere Jugurthæ
Roma aggressa fuit, sensim sensimque latente
Captatura dolo patriam, impendentia vincla
Conscius adspexi, statuique resistere Romæ,
Ima laborantis cognoscens vulnera cordis!
O vulgus sublime! viri! plebecula sancta!
Illa, ferox mundi late regina decusque,
Illa meis jacuit, jacuit terra ebria donis!
O quantum Numidæ Romanam risimus urbem!
- Ille ferus cuncto volitabat in ore Jugurtha:
Nullus erat, Numidus qui contra surgere posset!"
"Ille ego romanos aditus Urbemque vocatus
Sustinui penetrare, Nomas! - frontique superbæ
Injeci colaphum, veneliaque agmina tempsi!. . .
- Oblita hic tandem populus surrexit ad arma:
Haud ego projeci gladios: mihi nulla triumphi
Spes erat: At saltem potui contendere Romæ!
Objeci fluvios, objeci saxa catervis
Romulidum; Lybicis nunc colluctantur arenis,
Nunc posita expugnant sublimi in culmine castra:
Sæpe meos fuso tinxerunt sanguine campos. . .
Atque hostem insueti tandem stupuere tenarem!. . ."
". . .Forsan et hostiles vicissem denique turmas. . .
Perfidia at Bocchi. . . - Quid vero plura revolvam?
Contentus patriam et regni fastigia liqui,
Contentus colapho Romam signasse rebelli!. . .
- At novus Arabii victor nunc imperat oris Gallia!. . .
Tu, fili, si qua fata aspera rumpas,
Ultor eris patriæ. . . gentes, capite arma, subactæ!
Prisca reviviscat domito sub pectore virtus!. . .
O gladios torquete iterum, memoresque Jugurthæ,
Pellite victores, patria libate cruorem!. . .
O utinam Arabii surgant in bella leones,
Hostiles lacerent ultrici dente catervas!
- Et tu! cresce, puer, faveat fortuna labori,
Nec dein Arabiis insultet Gallicus oris!. . .
" - Atque puer ridens gladio ludebat adunco!. . .
II
Napoleo! proh! Napoleo! novus ille Jugurtha
Vincitur: indigno devictus carcere languet. . .
Ecce Jugurtha viro rursus consurgit in umbris
Et tales placido demurmurat ore loquelas:
"Cede novo, tu, nate, Deo! jam linque querelas:
Nunc ætas melior surgit!. . . - tua vincula solvet
Gallia: et Arabiam, Gallo dominante, videbis
Lætitiam: accipies generosæ fœdera gentis. . .
His et immensa magnus tellure, sacerdos
Justitiæ fideique!. . . - patrem tu corde Jugurtham
Dilige, et illius semper reminiscere sortem: -
III
"Ille tibi Arabii genius nam littoris extat!. . ."
I
Nasce sulle montagne arabe un grande fanciullo
E un lieve alito di vento ha detto: "Discende da Giugurta…"
Poco tempo dopo che aveva raggiunto il cielo
Colui che ben presto per la nazione e la patria araba sarebbe divenuto
Il grande Giugurta, apparve ai congiunti sbigottiti un'ombra
Che sovrastava un fanciullo: l'ombra dello stesso Giugurta.
Narrava la sua vita e pronunciava una profezia:
"O patria mia! O terra che difesi con strenuo impegno!"
E la voce tacque brevemente, interrotta dallo zefiro.
"Roma, un tempo turpe ricettacolo di grassatori,
Spezzata l'angusta cerchia delle prime mura, era dilagata in ogni direzione
E si era annessa ( la scellerata! ) i territori circostanti,
Per poi stringere tra le forti braccia il mondo intero
E farlo suo! Molte nazioni rinunciavano a scrollarsi di dosso
Il giogo fatale; e quelle che impugnavano le armi
Facevano inutilmente a gara nel versare il proprio sangue
Per la libertà della patria: più forte di ogni ostacolo, Roma
Annientava i popoli le cui città non si fossero spontaneamente sottomesse!…"
Nasce sulle montagne arabe un grande fanciullo
E un lieve alito di vento ha detto: "Discende da Giugurta…"
"Io stesso mi ero lungamente illuso che la stirpe romana nutrisse
Magnanimi sentimenti; ma quando, ormai maturo d'anni, mi fu dato
Di osservarla più da vicino, mi accorsi di una larga ferita che le si apriva
Sotto il vasto petto!… - Un veleno micidiale,
La maledetta fame d'oro, ne aveva impregnato le membra… in armi,
tutta quanta, mi era apparsa… - Quella città prostituita regnava su tutta la terra!
Io stabilii di combattere Roma, la regina:
Considerai con disprezzo il popolo al quale il mondo doveva obbedienza!…"
Nasce sulle montagne arabe un grande fanciullo
E un lieve alito di vento ha detto: "Discende da Giugurta…"
"Infatti, quando Roma cominciò a interferire
Nei progetti di Giugurta, per impadronirsi gradatamente
Della mia patria con occulte trame, mi avvidi
Dell'incombere della schiavitù, e decisi di resistere a Roma,
Ben conoscendo l'intima ferita del suo cuore affannato!
O mio popolo sublime! Miei guerrieri! Miei santi compatrioti!
Si piegò l'arrogante dominatrice, il vanto del mondo;
Si piegò inebriata dai miei doni!
Quanto ridemmo, noi numidi, della grande città di Roma!
- Il nome di Giugurta, il barbaro, volava di bocca in bocca:
Non c'era nessuno in grado di levarsi contro i numidi!"
Nasce sulle montagne arabe un grande fanciullo
E un lieve alito di vento ha detto: "Discende da Giugurta…"
"Io, un numida!, ebbi l'ardire, convocato a Roma,
Di fare il mio ingresso nella città - di imprimerle uno schiaffo
Sulla fronte superba, di irridere le sue truppe venali!…
- E infine il popolo romano ricorse alle armi a lungo obliate;
Né io gettai via la spada: non avevo nessuna speranza
Di successo, ma per lo meno avrei potuto misurarmi con Roma!
Opposi fiumi, opposi rocce all'avanzare dei soldati
Discendenti da Romolo; ed eccoli ora lottare sulle sabbiose pianure libiche,
Ora espugnare fortezze arroccate su alte cime:
Tinsero spesso del loro sangue i campi della mia terra…
- E si stupirono di questo nemico finalmente e insolitamente tenace!"
Nasce sulle montagne arabe un grande fanciullo
E un lieve alito di vento ha detto: "Discende da Giugurta…"
"Forse avrei finito con lo sconfiggere le torme nemiche…
Ma la perfidia di Bocco…- D'altronde, perché continuare a rivangare il passato?
Lasciai contento la patria e la dignità regale,
Contento di aver segnato Roma con lo schiaffo del ribelle! -
Ma ecco ora un nuovo vincitore del sovrano arabo, la Gallia!…
Tu, figlio, se in qualche modo riuscirai a spezzare l'irta catena del fato,
Vendicherai la tua patria…Popoli soggetti, alle armi!…
Riviva nei cuori umiliati l'antico valore!…
Tornate a brandire le spade, memori di Giugurta
Cacciate i conquistatori, offrite alla patria il vostro sangue!…
Potessero i leoni d'Arabia lanciarsi in battaglia
E dilaniare le schiere nemiche con zanne vendicatrici!
- E tu cresci, fanciullo! La fortuna assecondi i tuoi sforzi!
Cessi l'occupatore gallico di oltraggiare le rive arabiche!…"-
E il fanciullo sorrideva giocando con una spada ricurva!…
II
Napoleone! Ah Napoleone! Il novello Giugurta,
Sconfitto, langue incatenato in un'indegna prigione…
Ecco Giugurta riemergere dalle ombre e presentarsi al guerriero,
Mormorandogli pacatamente queste parole:
"Figlio, cedi al nuovo dio! Lascia da parte ogni rimpianto!
Sta nascendo un'era migliore!… - La Gallia scioglierà
I tuoi ceppi, e sotto la sua dominazione vedrai l'Arabia
Prosperare. Accetterai il patto offerto da un popolo magnanimo…-
E sarai grande in un immenso paese, sacerdote
Della giustizia e della fede!… - Abbi cura del tuo avo
Giugurta, e ricordati sempre della sua sorte!
III
Giacchè chi ti sta dinanzi è il nume tutelare della costa arabica!…"
Audistis hanc, discipuli, Ciceronis orationem, in qua fecit, ut omnino graecus in graeca oratione, ut in vana re verus, ut in schola minime scholasticus videretur: quanta jam in argumento prudentia, quantum in narratione acumen et judicium, quam vivida, quam patepxe peroratio! At quanta praesertim in dicendo concinnitas et abundantia; quantus verborum numerus! Quanta magnificentia sententiae devolvuntur! Non Ciceronem omnibus suis natura donis nequidquam ornatum voluit : poscit illum Roma, qui Gracchorum, qui Bruti eloquentiam revocet: poscunt verae ad tribunal causae, quibus nunc praedatores arguat, nunc innocentiae, forsan et litterarum causam resuscitet. Macte igitur, adolescens: qui nunc vocem intra scholam hanc emittis, modo in foro concionari poteris, et persuasum habeo, te non majores a plebe, quam nunc a me, plausus percepturum. Me nempe gloriari licet, quod talis orator e shola mea evadat; hoc maximum mihi decus erit, te optimarum artium disciplina et studio formavisse, vel ipsius ingenii adolescentiam observavisse: quod majus dulciusve mihi pretium esse potest, quam quod Ciceronis magister fuisse dicar? Haec forsan mihi et apud posteros laus supererit. Vos autem, discipuli, satis justos esse reor, qui Ciceronis praestantiam egregiasque virtutesagnoscatis. Illum igitur eisdem, quibus ego, laudibus ornate, praesertimque imitemini: nempe vobis olim cum Cicerone studuisse gloriosum erit. Sed in tanta laetitia nescio quis maeror subit et desiderium; nec, etsi ingenium eloquentiamque maximis laudibus ea tollere non dubito, Marcum Tullium Romanum esse possum oblivisci. Romanus es, qui ceteris istis praestat discipulis ! Romanum ego informavi et exercui ! Graecia Romanorum armis jam tota victa est; quae libertatis jacturam studio solari poterat, et se terrarum orbi si non armis, ingenio saltem dominari rebatur; ultimo illi solatio, illi dominationi, Romani, invidetis; et nos a litterarum fastigio deturbare, et quoduum vobis hactenus alienum erat, vestrum facere vultis! Romani quondam opes, Corintho ceterisque Graeciae urbibus expugnatis, eripuere, tabulas, aurum atque argentum Romae transtulere, quibus nunc templa nunc publicae aedes exornantur : mox et gloriam eripient, quae urbium expugnationi supererat, inter patriae ruinam integra! dum scriptores nostros vel non imitandos remur, dum Periclis aetatem unicam fore persuasum habemus, en altera aetas Romae incipit aemulari, quae vates, quamvis Sophoclem Euripidemque Periclis una aetas tulerit, quae oratores, quamvis illa Lysiam et Isocratem, quae philosophos, quamvis Platonem et Xenophonta, majores pariat et doctrina magis imbutos pariat ! Nec dubium est, quin de graecis litteris jam Roma triumphet : jampridem nobis aemulatur, quippe quae Plautium Rudium Aristophani illi nostro, Terentiumque suum Menandro illi composuerit : nempe Terentius ille, quem apud nos jam celeberrimum video, quum dimidiatus Menander vocetur, in summis poneretur, Graecisque forsan non impar esset, si tam concinni quam puro sermoni vim comicam adjecisset: Quin etiam nova genera instituunt; satyram totam suam esse contendunt: primus nempe Lucilius mores hoc modo castigare docuit, nec dubium est, quin alii vates illud genus mox retractent illustrentque. Quod vero de oratoribus loquar? Nonne jam Gracchorum ingenium et eloquentiam, nonne Bruti illius oratoris facundiam audivistis? nonne tu quoque, Marce Tulli, oratoribus nostris aemularis? Hoc est igitur, quod nos quidem Romanos adolescentes e Roma in nostram hanc Graeciam transmigrantes intra scholas gymnasiaque accipimus, et optimarum artium studiis ac disciplina formamus, et praeclarorum oratorum exemplo erudimus? Nempe, si dii ita jusserunt, ut nobis ipsi victores instituamus, jam de Graecis litteris actum erit ; Romanis enim ad pugnam nova omnia ; nos autem degeneres ac scholastici sumus; quid aliud quam veteres laudamus miramurque? Nulli jam in Graecia futuri sunt oratores, nulli vates futuri sunt; Roma autem novis nunc et egregiis scriptoribus gravis: ita ut omnino jam extinctum Graecum ingenium esse videatur. Quomodo enim aliter accedere potuisset? Quid ego nunc queror, quod vos victores fore praevideo, ac non eloquentiam cum libertate nostra simul amissam potius fateor: floruit vere eloquentia, quum liberi rem nostram gerebamus; nunc, contrita et pedibus calcata libertate, impositi proconsulis vectigales sumus: Scilicet Pericles ille noster caesos pro patria cives laudabat : nos pro Romano imperio abductos at caesos in extremis terrarum orbis partibus cives laudaremus? Scilicet Demosthenes Philippum vehementissimis impugnabat sermonibus, urbisque proditores infames faciebat ; nos hostem nunc impugnaremus, qui patriam hosti tradidimus? Floruit eloquentia, quum leges in foro promulgarentur quum singuli oratores concionabundi, Deos patrios, plebem virorum simulacra alloquerentur: nunc leges nobis a Romano proconsule imponuntur, nec est, quod obsistatus! perit inter lictorum virgas, ut libertas, eloquentia: nil jam nisi veterum scripta versare, et quae in foro declamabantur, legere possumus: non jam de rebus nostris disserimus; at nescio quae vana et arcessita tractamus, quae victoribus nostris haud nefas videantur ! Olim Romae quoque Tullii desiderium erit, quum, a tyrannis e foro in scholam expelletur eloquentia: libertatis enim eloquentia vox est; quomodo igitur eloquentia tyrannorum jugum importunum pati posset? Hoc ne vos tamen a studiis deterreat, discipuli, et quos semper studiosos compertus sum, eosdem sempre comperiar; nobis quidem nullum amissae gloriae solatium est, quippe qui virorum nostrorum simulacra etiam amiserimus ; nonne, si memoriam revocaremus illorum temporum, quibus omni rerum copia florebamus, quam velut ex uberrimis fontibus in universum etiam orbem profundebant tot illae civitates et coloniae nostrae; quibus totam Asiam, imo fere totam Italiam subegimus, quid aliud quam desiderium subiret, quum gloriae et prosperitatis memores essemus, quam ira et dolor, quum praesentem servitutem res quam luctus maerorque, quum quae fata Galliam nostram maneant, conspiceremus. Gloriam itaque, quando ab ineluctabili superorum lege ita decretum est, ut Graecia illa virorum parens et nutrix, nunc domita et despecta jaceat, gloriam a memoria omnino abjiciamus ! Supererit litterarum nobis solatium doctrinaeque studium, quod vel in dolore laetitia, vel in servitute nescio quae libertatis umbra redditur; oculos ab hac nostra humilitate in illam veterum scriptorum dignitatem deferemus: et inter illorum libros semoti, nunc Homeri, nunc Platonis, non jam de rebus publicis, quod ad alios nunc pertinet, at de carmine, de diis immortalibus, de omnibus scilicet, quibus illi mire disseruere, dulci colloquio fruemur! Tu quoque, Tulli, quem tam egregio ingenio praeditum compertus sum, meam hanc tui exspectationem, si diis libet, quum in patriam redux forum experiere, non falles ; at inter populares plausus, noli hujus Apollonii Graeci, qui te optimarum artium studio disciplinaque formavit, memoriam abjicere, et hoc semper persuasum habeto, nanquam te majorem quam ego, ex illis plausibus laetitiam superbiamque percepturum!
Avete udito, discepoli, questo discorso in cui Cicerone è riuscito ad apparire greco sotto tutti i punti di vista pur essendo greca solo la forma linguistica, sincero pur nello svolgimento di un tema fittizio, tutt'altro che scolastico pur nei limiti di una esercitazione di scuola: quanta abilità nell'argomentazione! Quanta finezza e quanta sensibilità critica nell'esposizione dei fatti! Quanta vivacità, quanto pathos nella perorazione! Ma soprattutto quanta eleganza e quanta abbondanza di eloquio! Quanta armonia nella disposizione delle parole! Con quale grandiosità si sviluppano i periodi! Non è senza una ragione che la natura ha voluto Cicerone adorno di tutti i suoi doni. Lo reclama Roma, perché rinnovi l'eloquenza dei Gracchi e di Bruto; lo reclamano dibattimenti veri, vuoi per incriminare malfattori, vuoi per far trionfare la causa dell'innocenza, e magari anche delle lettere. Coraggio, dunque, o giovane: tu che adesso fai risuonare la tua voce all'interno di quest'aula, presto avrai modo di concionare nel foro, dove sono convinto che la plebe non ti applaudirà più di quanto già non t'applauda io. Che io mi glori del fatto che un oratore di tale bravura esce dalla mia scuola, è naturale e legittimo; il mio maggiore vanto sarà l'averti plasmato nello studio delle discipline letterarie, l'aver sorvegliato lo sviluppo del tuo giovane ingegno: quale ricompensa per me più grande e più dolce di essere chiamato maestro di Cicerone? Può darsi persino che questa mia fama sopravviva presso i posteri. Quanto a voi, discepoli, vi giudico abbastanza onesti da riconoscere la superiorità e le doti eccelse di Cicerone. Perciò anche voi tributategli il mio stesso elogio, e soprattutto imitatelo: sicuramente un giorno sarete fieri di aver studiato con lui. Eppure in tanta contentezza s'insinua un cruccio, un rammarico: anche se non esito a lodarne incondizionatamente il talento e l'eloquenza, non riesco a dimenticare che Marco Tullio è un romano. Tu che sovrasti ogni mio altro allievo sei un romano! Io ho formato e istruito un romano! Già sconfitta su tutta la linea dalle armi romane, la Grecia poteva finora consolarsi della perdita della libertà volgendosi alla cultura, poteva ritenere di esercitare sul mondo un dominio di carattere intellettuale, se non militare. Ma voi, romani, invidiosi di quella sua ultima consolazione, di quella sua ultima egemonia, volete privarla del primato in campo letterario e far vostra la sola cosa che fin qui non vi apparteneva! Un tempo, quando espugnarono Corinto e le altre città greche, i romani sottrassero tesori, trasportarono a Roma dipinti e manufatti d'oro e d'argento, che ora fanno bella mostra di sé nei templi e negli edifici pubblici; tra breve ci sottrarranno anche la gloria, unica ricchezza sopravvissuta all'espugnazione delle città, rimasta intatta in mezzo allo sfacelo della patria. Mentre ci culliamo nell'illusione che i nostri scrittori non siano neppure imitabili, mentre ci adagiamo nella convinzione che l'età di Pericle debba rimanere irripetibile, ecco cominciare a Roma un'altra età capace di emularla, di produrre, pur dopo Sofocle ed Euripide, Lisia e Isocrate, Platone e Senofonte, poeti, oratori e filosofi di questi ancora più grandi e più dotti! Anzi, indubbiamente Roma sta già prendendo il sopravvento sulle lettere greche: da tempo rivaleggia con noi, potendo contrapporre al nostro Aristofane il suo Plauto e a Menandro quel Terenzio che, tra noi celeberrimo, sarebbe annoverato tra i sommi e forse, malgrado il soprannome di "mezzo Menandro", reggerebbe il confronto coi modelli greci, se all'eleganza e alla purezza dello stile avesse accoppiato la vis comica. Ma v'è di più: i latini danno vita a nuovi generi letterari. Sostengono che la satira è una loro esclusiva creazione: Lucillo, per primo, insegnò a fustigare i costumi in chiave satirica, e prossimamente altri poeti non mancheranno di riprendere il genere e di dargli nuovo lustro. E che dire dell'oratoria? Non avete già sentito esaltare la genialità e l'eloquenza dei Gracchi, l'innata facilità di parola del famoso Bruto? Non sei tu stesso, Marco Tullio, un degno rivale dei nostri oratori? E' per questo, dunque, che noi accogliamo nelle nostre scuole e nei nostri ginnasi i giovani provenienti da Roma, li educhiamo allo studio delle materie letterarie e li plasmiamo secondo il modello di insigni oratori? E' evidente che se gli dei hanno decretato che noi dovessimo ammaestrare i nostri vincitori, la letteratura greca è prossima a soccombere: a questa competizione i romani si presentano completamente rinnovati; noi invece, ligi alla tradizione scolastica, ci troviamo in piena decadenza: che altro facciamo se non lodare e ammirare gli antichi? Fra poco in Grecia non ci saranno più oratori, non ci saranno più poeti; Roma, per contro, abbonda di nuovi valenti scrittori. Tale è il divario, che la creatività greca sembra ormai completamente estinta. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Di che mi lamento quando prevedo il vostro imminente trionfo? Perché piuttosto non ammetto che, perdendo la libertà, abbiamo perso anche l'eloquenza? Un'autentica fioritura dell'eloquenza si ebbe all'epoca in cui, liberi, fruivamo di governi indipendenti; ora che la libertà è schiacciata e conculcata, siamo solo dei contribuenti sottoposti a un proconsole. Logico che il grande Pericle elogiasse i concittadini caduti per la patria; ma noi chi dovremmo elogiare? I concittadini trascinati a combattere e a morire per l'impero romano ai confini del mondo? Nelle sue violentissime orazioni Demostene si scagliava contro Filippo e bollava d'infamia i traditori della città; ma noi come potremmo scagliarci contro un nemico per il quale abbiamo tradito la nostra patria? L'eloquenza fioriva all'epoca in cui si promulgavano le leggi nell'agorà e i singoli oratori, prendendo la parola, si rivolgevano agli dei patrî, al popolo, alle statue degli uomini illustri; ora le leggi ci vengono imposte dal proconsole romano, e non c'è alcuna possibilità di opporvisi! Tra le verghe dei littori muore, con la libertà, anche l'eloquenza. Non ci resta che meditare gli scritti degli antichi e leggere i discorsi che un tempo si declamavano pubblicamente. Ormai non discutiamo più di questioni che ci toccano direttamente: dibattiamo tema fittizi e artificiosi, purché non illeciti a giudizio dei nostri vincitori! Anche a Roma si rimpiangerà Tullio il giorno in cui i tiranni bandiranno l'eloquenza dal foro e la relegheranno nelle scuole. L'eloquenza è la voce della libertà: come potrebbe sopportare il giogo gravoso della tirannia? Tutto ciò, allievi miei, non deve comunque distogliervi dagli studi: fate che io non noti cedimenti in coloro che ho sempre conosciuto studiosi. Nulla ci può consolare della perdita del nostro prestigio, dal momento che abbiamo perduto anche i simulacri dei nostri grandi. Se rievocassimo, sul filo della memoria, i tempi in cui traboccavamo di risorse d'ogni genere, che le nostre innumerevoli città e colonie riversavano, come da fonti inesauribili, sul mondo intero; se rievocassimo i tempi in cui assoggettammo tutta l'Asia e quasi tutta l'Italia, che altro proveremmo se non rimpianto nel rammentare l'antica gloria e prosperità, se non collera e dolore nel considerare il destino che attende la nostra Gallia? Poiché un'ineluttabile legge divina ha sancito che quella gran madre e nutrice di eroi che fu la Grecia giaccia sottomessa e umiliata, cancelliamo del tutto dalla memoria il fantasma della gloria! Ci resterà il conforto delle lettere, l'applicazione allo studio, capace di restituirci nel dolore uno sprazzo di gioia, nella schiavitù una parvenza di libertà. Sposteremo lo sguardo dalla nostra attuale abiezione alla dignità degli antichi scrittori: ci apparteremo tra i loro libri e ci intratterremo in amabile conversazione ora con Omero, ora con Platone, non più discorrendo degli affari pubblici, che al presente sono di pertinenza altrui, ma della poesia, degli dei immortali, di tutti gli argomenti che quei sommi hanno mirabilmente trattato! Tu pure, Tullio, che a me hai rivelato l'eccezionalità del tuo talento, non deluderai le mie aspettative - se così piacerà agli dei -, quando, ritornato in patria, affronterai l'esperienza forense. Allora non dimenticare, in mezzo agli applausi del pubblico, il greco Apollonio, che fu tuo maestro negli studi letterari, e sii sempre persuaso che da quelle acclamazioni non potrai trarre soddisfazione maggiore di quella che t'ha dato il mio plauso!
Tempus erat quo Nazareth habitabat Iesus :
Crescebat virtute puer, crescebat et annis.
Mane novo quondam, vici quum tecta ruberent
Exiit a lecto per cuncta oppressa sopore,
Munus ut exactum surgens reperieret Ioseph.
In coeptum jam pronus opus, vultuque sereno
Ingentem impellens serram, serramque retractans,
Plurima caedebat puerili ligna lacerto.
Late apparebat nitidus sol montibus altis,
Intrabatque humiles argentea flamma fenestras.
Jam vero ad pastum cogunt armenta bubulci,
Et tenerum artificem matutinique laboris
Murmura certanti studio mirantur euntes.
« Quis puer ille ? ferunt ; olli nempe eminet ore
Mixta venustate gravitas ; vigor emicat armis.
Parvulus ille opifex cedrum, ut vetus, arte laborat
Nec magis Hirami fuerit labor improbus olim,
Quum validis prudens, Salomone adstante, lacertis
Ingentes cedros et templi ligna secaret.
Attamen hinc gracili curvatur arundine corpus
Lentius, aequaretque humeros arrecta securis. »
At genitrix, serae stridentia lamina captans,
Exierat lecto, sensimque ingressa silensque,
Multa laborantem et versantem ingentia ligna
Conspexit puerum pendens... ; pressisque labellis
Spectabat, natumque suum complexa sereno
Intuitu, tremulis errabant murmura labris ;
Lucebant risus lacrymis... At serra repente
Frangitur, et digitos incauti vulnere foedat :
Candida purpureo maculatum sanguine vestis...
Exsilit ore levis gemitus ; matremque repente
Respiciens, digitos condit sub veste rubentes
Atque arridenti similis, matrem ore salutat.
.....................................................................
At genibus nati Genitrix allapsa fovebat
Heu ! digitos digitis, teneris dabat oscula palmis,
Multa gemens, guttisque humectans grandibus ora.
At puer immotus : « Quid ploras, nescia mater ?
Quod tetigit digitos acies extrema securis ?...
Non jam tempus adest quo te plorare decebit ! »
Tum coeptum repetivit opus, materque silescens
Candentes ad humum demisit pallida vultus,
Multa putans, rursusque in natum tristia tollens
Lumina : « Summe Deus, fiat tua sancta voluntas ! »
Era il tempo in cui Gesù dimorava a Nazareth:
Il fanciullo cresceva contemporaneamente in età e in virtù.
Un mattino, nell'ora in cui i tetti del villaggio si tingevano di rosso,
Si levò dal letto mentre ogni cosa era ancora immersa nel sonno,
Perché Giuseppe, alzandosi, potesse trovare terminato il lavoro.
Già chino sull'opera intrapresa, sereno in volto,
Spingeva avanti e indietro una sega voluminosa,
col suo braccio infantile tagliava un gran numero di lignee assi.
Emerso da dietro un'alta cerchia di monti, il sole diffondeva la sua nitida luce,
E un raggio argenteo filtrava per le umili finestre.
Ormai i mandriani sospingono al pascolo gli armenti,
E, passando, a gara rilevano ammirati la giovane età del falegname
E la frequenza dei colpi che ne scandiscono il lavoro mattutino.
"Chi è quel ragazzo?", si chiedono. "Sul suo viso spiccano,
Fondendosi, bellezza e austerità; nelle sue braccia guizza il vigore.
Quel piccolo artigiano lavora il cedro con la perizia di un anziano
E con lo stesso fervore di Hiram, quando,
Alla presenza di Salomone, le sue valide braccia tagliavano abilmente
Cedri imponenti e travi per il tempio.
Nondimeno, nel flettersi, il corpo del fanciullo è più elastico di un fragile
Giunco, e un'ascia diritta gli arriverebbe all'altezza delle spalle."
Ma ecco: sua madre, sentendo stridere la lama della sega,
Aveva lasciato il letto, era entrata adagio, in silenzio,
e aveva scorto, perplessa, il fanciullo che lavorava intensamente,
Maneggiando grandi tavole di legno… Ed ora, con labbra serrate,
Contemplava suo figlio, lo avvolgeva nell'abbraccio del suo sguardo
Sereno, mentre sulla bocca le tremava un sussurro;
Tra le lacrime brillava un sorriso… D'un tratto, la sega
Si spezza, e una ferita deturpa le dita del fanciullo colto alla sprovvista:
La sua candida veste si macchia di sangue purpureo.
Un debole lamento gli sfugge di bocca… ma vedendo improvvisamente
La madre, nasconde le dita arrossate sotto un lembo della veste,
E la saluta sforzandosi di apparirle sorridente.
...........................................................................
Ella però, gettatasi ai piedi del figlio, gli accarezzava,
Ahimè, le dita con le dita, gli copriva di baci le tenere mani,
Gemendo e rigando il volto di lacrime copiose.
E il fanciullo, con fermezza: "Madre ignara, perché piangi?
Forse perché il filo tagliente della sega mi ha scalfito le dita?…
Non è ancora giunto il momento in cui converrà che tu pianga!"
E riprese il lavoro interrotto. Sua madre si sbiancò;
Tacendo, rivolse il viso a terra, pallida,
Pensosa. Quando lo risollevò sul figlio, il suo sguardo
Era colmo di tristezza: "Dio sommo, sia fatta la tua santa volontà!"
Ver erat, et morbo Romae languebat inerti
Orbilius: dira tacuerunt tela magistri
Plagarum sonus non iam veniebat ad aures
Nec ferula assiduo cruciabat membra dolore.
Arripui tempus: ridentia rura petiui
Immemor: a studo moti curisque soluti
Blanda fatigam recrearunt gaudia mentem.
Nescio qua laeta captum dulcedine pectus
Taedia iam ludi, iam tristia verba magistri
Oblitum, campos late spectare iuuabat
Laetaque vernantis miracula cernere terrae.
Nec ruris tantum puer otia vana petebam:
Maiores paruo capiebam pectore sensus:
Nescio lymphatis quae mens diuinior alas
Sensibus addebat: tacito spectacula visu
Attonitus contemplabar: pectusque calentis
Insinuabat amor ruris: ceu ferreus olim
Annulus, arcana quem vi Magnesia cautes
Attrahit, et caecis tacitum sibi colligat hamis.
Interea longis fessos erroribus artus
Deponens, iacui viridanti in fluminis ora
Murmure languidulo sopitus, et otia duxi
Permulsus volucrum concentu auraque Fauoni.
Ecce per aetheream vallem incessere columbae
Alba manus, rostro florentia serta gerentes
Quae Venus in Cypriis redolentia carpserat hortis.
Gramen, vbi fusus recreabar turba petiuit
Molli remigio: circum plaudentibus alis
Inde meum cinxere caput, vincloque virente
Deuinxere manus, et olenti tempora myrto
Nostra coronantes, pondus per inane tenellum
Erexere. . . . Cohors per nubila celsa vehebat
Languidulum rosea sub fronde: cubilia ventus
Ore remulcebat molli nutantia motu.
Vt patrias tetigere domos, rapidoque volatu
Monte sub aerio pendentia tecta columbae
Intrauere, breue positum vigilemque reliquunt.
O dulcem volucrum nidum! . . . Lux candida puri.
Circumfusa humeros radiis mea corpora vestit:
Nec vero obscurae lux illa similima luci,
Quae nostros hebebat mixta caligine visus:
Terrenae nil lucis habet caelestis origo!
Nescio quid caeleste mihi per pectora semper
Insinuat, pleno currens ceu flumine, numen.
Interea redeunt volucres, rostroque coronam
Laurea serta gerunt, quali redimitus Apollo
Argutas gaudat compellere pollice chordas.
Ast vbi laurifera frontem cinxere corona
Ecce mihi patuit caelum, visuque repente
Attonito, volitans super aurea nubila, Phoebus
Diuina vocale manu praetendere plectrum.
Tum capiti inscripsit caelesti haec nomina flamma:
TV VATES ERIS. . . . In nostros se subiicit artus
Tum calor insolitus, ceu, puro splendida vitro,
Solis inardescit radiis vis limpida fontis.
Tunc etiam priscam speciem liquere columbae:
Musarum chorus apparet, modulamina dulci
Ore sonans, blandisque exceptum sustulit vlnis,
Omina ter fundens, ter lauro tempore cingens.
Era primavera, e a Roma una malattia costringeva Orbilio
All'immobilità. Tacquero le armi del crudele maestro:
Non mi giungeva più all'orecchio lo schianto delle percosse,
Né più la sferza mi straziava le carni d'un continuo dolore.
Colsi al volo l'occasione: m'incamminai verso la ridente campagna,
Immemore; lontano dallo studio, libero da preoccupazioni,
Tranquilli diletti mi ristorano la mente affaticata.
Il cuore pervaso di una gioiosa, inesprimibile dolcezza,
Ormai dimentico del tedio scolastico e dei tetri discorsi del maestro,
Godevo a far spaziare lo sguardo per i campi
E a osservare i trionfanti prodigi della terra rifiorente.
Benché fanciullo, non cercavo soltanto una spensierata evasione agreste:
Nel mio piccolo cuore concepivo sentimenti più grandi.
Una misteriosa ispirazione divina dava ali
Ai miei sensi deliranti: contemplavo lo spettacolo
In attonito silenzio; e nel mio petto s'insinuava
L'amore per quella calda campagna: ero come un anello di ferro
Attratto con forza arcana da una calamita di Magnesia,
Che a sé tacitamente lo connette per mezzo di invisibili uncini.
Frattanto, adagiate le membra stanche per il lungo girovagare,
Giacqui sulla sponda verdeggiante di un fiume,
Assopito dal carezzevole mormorio, e vi gustai, cullato
Dal canto degli uccelli e dal soffio del favonio, un prolungato riposo.
Quand'ecco, per l'eterea valle avanzò una candida schiera
Di colombe che nel becco recavano ghirlande di fiori
Profumati, colti da Venere nei giardini di Cipro.
Con placido volo le colombe calarono sul prato
Dove mi ero disteso a riposare; indi, agitando tutt'intorno le ali,
Mi cinsero il capo, mi avvinsero le mani
Con una catena vegetale e, incoronatemi le tempie
Con odorose foglie di mirto, sollevarono in aria il lieve fardello
Del mio corpo…La coorte alata mi trasportava,
Semincosciente sotto uno strato di rose, tra alte nubi; il vento
Accarezzava col suo alito il mio giaciglio mollemente ondeggiante.
Com'ebbero raggiunto le sedi native, introdottesi rapidamente
Nelle loro dimore sospese alle falde di un'eccelsa montagna,
Lì mi deposero e poco dopo mi lasciarono, ormai desto.
O soave nido degli uccelli!…Una fulgida luce
Mi circonfonde le spalle, rivestendo il mio corpo dei suoi raggi immacolati;
E non somiglia affatto a quella fioca luce
Che, velata di caligine, suole offuscarci lo sguardo:
La sua origine celeste non ha nulla a che vedere con la luce terrena!
Un afflato divino, ineffabile, mi penetra nel petto,
Scorrendovi con l'impeto di un fiume in piena.
Ritornano intanto gli uccelli, e nel becco portano
Una corona di alloro intrecciato, simile a quella di cui si cinge Apollo,
Quando si compiace di pizzicare col pollice le sonore corde della lira.
Ebbene, non appena mi ebbero incoronata d'alloro la fronte,
Ecco che mi si spalancò il cielo, e all'improvviso apparve
Ai miei occhi meravigliati, volando su una nube dorata, Febo,
Nell'atto di porgermi con la sua mano divina il plettro armonioso.
Poi, con una fiamma celeste, scrisse sul mio capo queste parole:
TU SARAI POETA…Per le membra mi si diffuse allora
Un calore straordinario, paragonabile a quello di una limpida fonte
Che s'arroventa, splendendo come puro cristallo, ai raggi del sole.
A loro volta le colombe, deposto il primitivo aspetto,
Si tramutarono in un coro di muse che, modulando
Soavi armonie, mi accolsero e sostennero sulle loro morbide braccia,
Mentre per tre volte pronunciavano lieti presagi e per tre volte mi cingevano d'alloro le tempie.